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24 e 25 NOVEMBRE
Giornata contro la violenza sulle donne

La violenza sulle donne è una delle forme di
violazione dei diritti umani più diffusa ed occulta nel mondo". Irene
Khan, Segretaria Generale di Amnesty International
La violenza sulle donne è parte di una cultura globale che nega alle
donne pari opportunità e pari diritti e legittima la violenta appropriazione
del loro corpo per gratificazione individuale o scopi politici. Milioni di
donne nel mondo sono terrorizzate da violenze domestiche, schiavizzate in matrimoni
forzati, comprate e vendute per alimentare il mercato della prostituzione,
violentate come trofei di guerra o torturate in stato di detenzione.
Donne
comprate e vendute
La violenza domestica comprende tutti quegli abusi che avvengono in
casa o nel contesto familiare. È la forma di violenza sulle donne più diffusa
nel mondo. Donne di ogni classe sociale, razza, religione ed età subiscono
terribili abusi da parte degli uomini con i quali condividono le loro vite. La
violenza domestica rappresenta una violazione del diritto delle donne
all'integrità fisica e psicologica e si manifesta in varie forme: abusi fisici
e psicologici, atti di violenza o tortura, stupro coniugale, incesto, matrimoni
forzati o prematuri, crimini d’onore. Almeno il 20% delle donne, a livello
mondiale, ha subito abusi fisici e violenze sessuali.

"In nome dell’onore"
Donne e ragazze di ogni età vengono aggredite per motivi d’onore in
paesi di ogni parte del mondo. I "crimini d'onore" includono la
tortura, lo sfregio permanente del viso con acido, l'omicidio. Si registrano
numerosi casi in paesi del Medio Oriente, dell’Asia meridionale e dell’America
Latina. Stimare il fenomeno è tuttavia molto difficile poiché la maggior parte
dei casi non vengono denunciati, sia per paura di ritorsioni, sia perché spesso
le autorità tollerano o addirittura giustificano questi atti criminali. Nel 1999 in Pakistan più di
1.000 donne sono state vittime di "crimini d’onore", culminati in
molti casi nell’omicidio. Fra i paesi più colpiti vi sono anche Bangladesh,
Iraq, Giordania e Turchia.

Abusi e maltrattamenti sulle
lavoratrici domestiche
In molti paesi le lavoratrici domestiche, generalmente di nazionalità
straniera, sono maltrattate dai loro datori di lavoro. Molte di esse, derubate
dei loro documenti, sono costrette a vivere in condizioni di lavoro forzato.
Spesso si tratta di donne immigrate clandestinamente o vittime del traffico a
scopo sessuale e che non hanno alcuna possibilità di tutela legale. Il fenomeno
è gravissimo, ad esempio, in Arabia Saudita, dove usualmente le collaboratrici
domestiche vivono in una condizione di prigionia, confinate e relegate nella
casa in cui lavorano e in cui subiscono vari tipi di violenze.

Gli appelli della campagna
La mobilitazione dell'opinione pubblica può far cessare le violazioni
dei diritti umani. Anche tu puoi far qualcosa: unisciti alle nostre campagne e
aderisci agli appelli che Amnesty International sta promuovendo in questo
momento. Firma anche tu... e fai firmare questi appelli!


Stamattina chi si trovava a passare davanti all'Università
e al Palazzo del Comune, senz'altro si sarà fermato attonito e inizialmente
sorpreso nell'assistere ad una "strana" iniziativa. Circa 60 donne di
tutte le età, con il braccio fasciato da un nastro rosa, hanno improvvisamente
emesso un urlo che è durato qualche minuto, seguito poi da un silenzio tombale
e da un applauso. L'iniziativa ideata da un gruppo di studentesse voleva
essere un grido di protesta contro il silenzio e la superficialità che avvolgono
i reati di violenza sessuale. Uomini-bestia
che, compiuto il più vile crimine contro una donna, si ritrovano
agli arresti domiciliari davanti alla TV, magari sostenuti da amici che
appendono in loro favore striscioni di solidarietà... Poco più in là un altro
sparuto gruppo di donne silenziose esprimeva una protesta simile. Cartelli
giganti in mano che portavano scritte allucinanti del tipo: "per dieci
anni ho subito la violenza da mio padre e tutto è passato sotto
silenzio"...

oppure "il mio ex mi tormenta continuamente e non
posso più uscire di casa"
Qualche giorno fa, in pieno centro, una coppia sui 35 anni
stava tranquillamente passeggiando e mentre lui si è soffermato per guardare la
vetrina di un negozio, un gruppo di 5-6 rumeni ha circondato la sua compagna
palpeggiandola e facendo pesanti apprezzamenti. L'uomo ha reagito con
le parole in difesa della compagna. E' stato circondato e pestato a calci
e pugni persino con un casco da moto... Altri stupri ad opera di immigrati
ubriachi o drogati, quasi tutti della Romania o del Marocco, si sono uditi in
città e nella periferia. Un gruppo di 16 ragazze ha annullato una cena
organizzata in un ristorante della città. Quasi certamente questi uomini-bestia dell'Est o del Marocco
pensano che le nostre ragazze, le nostre donne siano a disposizione per tutto
ciò che, nei loro paesi, costerebbe loro pene severissime, senza sconti né
condizionali, né altri "artifizi" giuridici. Si sa che Padova sembra
essere una città-rifugio per questa gente, tanto che i responsabili dello
stupro di gruppo di Guidonia

stavano partendo per arrivare qui da noi. Già altre volte ho scritto sui mali della mia città, dove
sembra che le bestie girino
liberamente, anzi protette da una certa parte politica e dai Centri Sociali...Perché dobbiamo avere paura? Perché siamo tacciati di
"razzismo" appena parliamo, statistiche alla mano, dell'altissimo
tasso di criminalità praticamente composta tutta di immigrati? A certuni, benpensanti e ipocriti, vorrei dire di provare
seriamente a pensare a come reagirebbero se i crimini toccassero loro e i loro
familiari. Solo "provando" sulla propria pelle si può capire...
SOLO SE TOCCA A TUA MOGLIE, A TUA FIGLIA O ANCHE A TE...
SOLO ALLORA, FORSE, CAPIRAI...

In Italia,
negli ultimi dodici mesi, un milione di donne ha subito violenza, fisica o
sessuale. Solo nei primi sei mesi del 2007 ne sono state uccise 62, 141 sono
state oggetto di tentato omicidio, 1805 sono state abusate, 10.383 sono state
vittime di pugni, botte, bruciature, ossa rotte. Leggevamo che le donne
subiscono violenza nei luoghi di guerra, nei paesi dove c'è odio razziale, dove
c'è povertà, ignoranza, non da noi.
Eccola la realtà: in Italia più di 6
milioni e mezzo di donne ha subito una volta nella vita una forma di violenza
fisica o sessuale, ci dicono i dati Istat e del Viminale che riportano un altro
dato avvilente.
Le vittime - soprattutto tra i 25 e i
40 anni - sono in numero maggiore donne laureate e diplomate, dirigenti e
imprenditrici, donne che hanno pagato con un sopruso la loro emancipazione
culturale, economica, la loro autonomia e libertà. Da noi la violenza è la
prima causa di morte o invalidità permanente delle donne tra i 14 e i 50 anni.
Più del cancro. Più degli incidenti stradali. Una piaga sociale, come le morti
sul lavoro e la mafia. Ogni giorno, da Bolzano a Catania, sette donne sono
prese a botte, oppure sono oggetto di ingiurie o subiscono abusi. Il 22 per
cento in più rispetto all'anno scorso, secondo l'allarme lanciato lo scorso
giugno dal ministro per le Pari Opportunità, Barbara Pollastrini, firmataria di
un disegno di legge, il primo in Italia specificatamente su questo reato ora
all'esame in commissione Giustizia.
"È un femminicidio", accusano
i movimenti femminili, "violenza maschile contro
le donne": così sarà anche scritto nello striscione d'apertura del corteo
a Roma di sabato 24, vigilia della Giornata internazionale contro la violenza
sulle donne istituita dall'Onu, una manifestazione nazionale che ha trovato
l'adesione di centinaia di associazioni impegnate da anni a denunciare una
realtà spietata che getta un'ombra inquietante sul tessuto delle relazioni
uomo-donna.
Sì, perché
il pericolo per le donne è la strada, la notte, ma lo è molto di più, la
normalità. Se nel consolante immaginario collettivo la violenza è quella del
bruto appostato nella strada buia, le statistiche ci rimandano a una verità molto
più brutale: che la violenza sta in casa, nella coppia, nella famiglia, solida
o dissestata, borghese o povera, "si confonde con gli affetti, si annida
là dove il potere maschile è sempre stato considerato naturale", come
spiega Lea Melandri, saggista e femminista.
L'indagine Istat del 2006, denuncia che
il 62 per cento delle donne è maltrattata dal partner o da persona conosciuta,
che diventa il 68,3 per cento nei casi di violenza sessuale, e il 69,7 per
cento per lo stupro. "Da anni ripetiamo che è la famiglia il luogo più
pericoloso per le donne. È lì che subiscono violenza di ogni tipo fino a perdere la vita", denuncia
"Nondasola", la Casa delle donne di Reggio Emilia a cui si era
rivolta Vjosa uccisa dal marito da cui aveva deciso di separarsi. "Da noi
partner e persone conosciute sono i colpevoli nel 90 per cento delle violenze
che vediamo. E
purtroppo
c'è un aumento", dice Marisa Guarnieri presidente della Casa delle donne
maltrattate di Milano. "All'interno delle mura domestiche la violenza ha
spesso le forme di autentici annientamenti - spiega Marina Pasqua, avvocato,
impegnata nel centro antiviolenza di Cosenza, una media di 800 telefonate di
denuncia l'anno - Si comincia isolando la donna dal contesto amicale, poi
proibendo l'uso del telefono, poi si passa alle minacce e così via in una
escalation che non ha fine".
In Italia, l'indagine Istat ha contato
2 milioni e 77mila casi di questi comportamenti persecutori, stalking come
viene chiamato dal termine inglese, uno sfinimento quotidiano che finisce per
corrodere resistenza, difesa, voglia di vivere. "Nella nostra esperienza
si comincia con lo stalking e si finisce con un omicidio", accusa Marisa
Guarnieri. Per questo le donne dei centri antiviolenza hanno visto
positivamente l'approvazione, lo scorso 14 novembre in Commissione Giustizia,
del testo base sui reati di stalking e omofobia.
Sanzionare penalmente lo stalking,
significa, tanto per cominciare, riconoscerlo. "Molte donne vengono qui da
noi malmenate o peggio e parlano di disavventura. Ragazze che dicono "me
la sono cercata", donne sposate che si scusano: "lui è sempre stato
nervoso"...", racconta Daniela Fantini, ginecologa del Soccorso
Violenza Sessuale di Milano, nato undici anni fa per iniziativa di Alessandra
Kusterman all'interno della clinica Mangiagalli di Milano. È in posti come
questo, dove mediamente arrivano cinque casi a settimana, che diventa evidente
un altro dato angoscioso: come intrappolate nel loro dolore, il 96% delle donne
non denuncia la violenza subita, forse per paura. Forse perché non si denuncia
chi si ha amato, forse perché non si hanno le parole per dirlo.
La manifestazione di sabato a Roma
vuole spezzare proprio questo silenzio. "Una occasione per prendere parola
nello spazio pubblico", come dice Monica Pepe del comitato
"controviolenzadonne" che vorrebbe un corteo di sole donne. E Lea
Melandri: "Manifestiamo per dire che la violenza non è un problema di
pubblica sicurezza, né un crimine di altre culture da reprimere con rimpatri
forzati, e che per vincerla va fatta un'azione a largo raggio". Va fatta
una legge, concordano tutti. "Speriamo di arrivarci in tempi brevi -
promette Alfonsina Rinaldi del ministero per le Pari Opportunità - Oggi abbiamo
finalmente le risorse per lanciare l'osservatorio sulla violenza e in
Finanziaria ci sono 20 milioni di euro per redarre il piano antiviolenza".
"Serve una legge che non cerchi
scorciatoie securitarie ma punti a snidare la cultura che produce la violenza -
dice Assunta Sarlo tra le fondatrici del movimento "Usciamo dal
silenzio" - Una legge come quella spagnola, la prima che il governo
Zapatero ha voluto perché riguarda la più brutale delle diseguaglianze causata
dal fatto che gli aggressori non riconoscono alle donne autonomia,
responsabilità e capacità di scelta. Ecco il salto culturale. Chiediamo che
anche da noi il tema della violenza sia assunto al primo punto nell'agenda
politica dei governi.
Chiediamo un provvedimento che dia
risorse ai centri antiviolenza e sistemi di controllo della pubblicità e dei
media, cattivi maestri nel perpetuare stereotipi che impongono sulle donne il
modello "fedele e sexy". E chiediamo agli uomini di starci accanto,
di fare battaglia con noi".
Qualcuno si è già mosso. Gli uomini
dell'associazione "Maschileplurale", per esempio, che aderiscono alla
manifestazione romana. "Sì, gli uomini devono farsene carico. La violenza
è un problema loro, non delle donne - dice Clara Jourdan, della "Libreria
delle Donne" di Milano, storico luogo del femminismo italiano - Sarebbe
ora che cominciassero a interrogarsi sulla sessualità e sul perché dei loro
comportamenti violenti. E riconoscere l'altro, il maschile, potrebbe essere
utile anche alle donne". Nel caso, a fuggire per tempo.

La donna e
la violenza psicologica
La violenza coniugale ha luogo quando
uno dei due cerca di dominare l'altro, tramite varie forme di violenza. C'è
violenza e violenza. C'è quella fisica, che lascia segni visibili e dolorosi
sulla pelle e c'è quella psicologica, che non lascia segni esteriori, ma non è
per questo meno dolorosa, anzi può esserlo anche di piu', perchè lascia segni
nell'anima, distrugge la persona all'interno, soffoca i sogni e i desideri.
Spesso la vittima sceglie di subire in silenzio, per non turbare l'equilibrio
della famiglia, che è, da sempre una specie di santuario dei valori e
dell'onore. La persona che subisce questo tipo di violenza, in genere la donna,
cambia in maniera radicale il modo di percepire la propria esistenza, sembra che
viva come sempre, ma in realtà muore dentro, giorno per giorno, non ha piu'
stima di sè stessa,agisce per sopravvivere e non per vivere. Ci sono donne che
appaiono serene agli occhi degli altri, poi, in casa, da sole, piangono lacrime
amare; ci sono donne che soddisfano i desideri dei propri compagni di vita,
senza provare nessuna gioia, senza desiderio, senza avere nulla in cambio, nè
tenerezza nè affetto. Ma continuano a farlo, perchè? A volte per paura del
compagno, per non sentirlo gridare, per non vederlo nervoso per il resto della
giornata. Esiste anche la violenza psicologica degli ex fidanzati, che
tormentano la donna fino a farla ammalare, a volte succede anche che la
uccidano, la cronaca lo dimostra. Donne che subiscono ricatti morali dal proprio
compagno e sperano di cambiarlo con la dolcezza, ottenendo, il piu' delle
volte, l'effetto contrario. Donne che amano troppo, donne che rinunciano a sè
stesse e si annullano per il marito e per i figli, convinte di essere in dovere
di comportarsi in un determinato modo, perchè così è stato loro insegnato; si
rendono conto troppo tardi di aver sprecato la propria vita in favore degli
altri, per dare loro serenità, ma togliendola a sè stesse. Questo non succedeva
solo tanti anni fa, ma succede ancora oggi, nonostante il femminismo e
l'emancipazione della donna. Certo tra le vittime di violenza c'è molta
ritrosia a parlare degli abusi subiti, soprattutto quando avvengono all'interno
della famiglia. Tuttavia che fare in questi casi? Per la violenza fisica si deve
chiamare il 113, denunciare, per quella psicologica rivolgersi ad uno
psicoterapeuta, perchè, il piu' delle volte, la vittima rischia di cadere in
depressione e il suo aggressore spesso soffre di disturbi psichici.

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